I dettagli giusti nella sceneggiatura

By | settembre 13, 2015

Io non amo il cinema di animazione. Non amo neanche sempre le genialate di Kaufman, quando corre troppo sul filo della follia non godo.

Ma “Anomalisa” di Charlie Kaufman è un grande script. Un esempio da manuale di come usare i dettagli giusti nella sceneggiatura.

Un aereo atterra a Cincinnati, Ohio. Un uomo con la faccia lievemente annoiata. Un uomo di cinquant’anni, un uomo banale. Come potrebbe essere ognuno di noi.

E le piccole frasi, tra comico e desolante, che si scambiano. Cose che farebbero ridere, e che insieme mettono tristezza. Proprio come è la vita. Dopo che l’aereo è atterrato, il vicino di poltrona: “Scusi se le ho afferrato la mano”. “It’s ok”, dice l’uomo di cinquant’anni. “Sa, non amo volare”. “La capisco”. “La tenevo sempre a mia moglie”. “Non c’è problema. Però ora la potrebbe togliere?”. Piccole cose senza importanza.

Il tassista che non gli permette di fumare, che ha il cartello “Sono asmatico” nel taxi. La pioggia all’esterno dei vetri. Il tassista che gli dice “Vedrà che le piacerà Cincinnati, anzi: Sin-sin-city, come la chiamo io. Deve vedere lo zoo, lo zoo è straordinario, e poi deve assaggiare il chili, fanno un chili qui che a Los Angeles se lo sognano…”. E chi se ne frega dello zoo e del chili, pensiamo noi, e pensa anche l’uomo di cinquant’anni.

Piccole frasi, che però incidono, scolpiscono la solitudine di lui.

E arrivare nella hall, chiedere una stanza silenziosa, vedere il portiere che diteggia sul computer come se dovesse fare un calcolo spaziale, piccoli fastidi, piccoli contrattempi. E poi il ragazzo dell’ascensore che spiega le cose inutili, come funziona la luce elettrica, l’aria condizionata, e gli chiede come è stato il volo, se ci sono state turbolenze, ma è chiaro che lo fa per routine, per avere la mancia. È incredibile quanto le piccole attenzioni sbagliate facciano sentire soli.

E Charlie Kaufman ha definito questo tono fin dall’inizio, con una esattezza e una forza incredibili.

Questo è scrivere cinema. Questo è saper usare i dettagli giusti nella sceneggiatura.

Questo è anche raccontare la vita di oggi. Anche se lo fai con un film in stop motion, non vuol dire che non sia perfettamente vera.

E poi, il tempo vuoto di una camera d’albergo, ordinare una cena in camera, prendere il telefono per chiamare la moglie, che non ha tempo né voglia di sentirti, ma non ti dice niente di palesemente storto, solo la sensazione di una indifferenza totale, cosmica. Un figlio che vuole solo sapere se gli porti un regalo. E chiudere la telefonata, con la sensazione di essere più solo di prima.

Al cinema, in una sceneggiatura, è impossibile dire “Mr. Stone è solo”. È una delle cose impossibili da rappresentare con una parola. Charlie Kaufman in questo film riesce a raccontare la solitudine in un modo perfetto, ricco di dettagli e insieme leggero, tra “Lost in Translation” e Kafka. Charlie Kafka.

E poi, quell’incontro. Con una non tanto bella, con una cicatrice, visibile. Cicatrici come ne abbiamo tutti, nell’anima almeno di sicuro. Una che non pensa di essere bella, che è un po’ bella e un po’ bruttina, che ha la modestia e la timidezza dei perdenti, di quelli che non sono sicuri di sé. E il loro incontro è fatto di prudenza reciproca, è così bello in questo timore di avvicinarsi, di sciupare qualcosa.

E la consonanza. Che è il suono della voce di lei. Che solo quando lui decide di costruirci attorno una vita, comincia a sembrare stonato. Come accade sempre nella vita. È tutto stonato se hai detto troppo, se hai detto “andiamo a vivere insieme”. E allora vedi che lei parla con la bocca piena, che sbatte la forchetta contro i denti, vedi tutti i difetti che non vedevi fino a un attimo prima.

Charlie Kaufman è un genio, qui, non perché fa delle cose pazzesche, ma perché nota le minuzie della vita. Quelle che rivelano le cose. Quelle che capiamo da bambini, al volo, e che poi non capiamo più.

Provaci tu, a raccontare la solitudine con tanti piccoli dettagli giusti nella sceneggiatura, che da soli non sono drammatici, non sono gravi, ma che uno dopo l’altro ti gelano il cuore.


 

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