Il Coraggio nella sceneggiatura

By | settembre 13, 2015

Lascia stare Johnny Depp, l’evento a Venezia di oggi era “Spotlight”, il film sui preti pedofili e sui giornalisti del “Boston Globe” che riuscirono a trovare le prove – insabbiate, cancellate, desaparecide – contro di loro, film presentato fuori concorso, per me con una sceneggiatura talmente perfetta che vorrei rivedere immediatamente il film.

Per rivedere la faccia di Mark Ruffalo, cronista sempre all’erta, che insegue la notizia con la voglia di far qualcosa di buono e di giusto. O per sentire la voce bassissima di Liev Schreiber che fa il direttore venuto da fuori, non perché qualcuno lo ha raccomandato, ma perché ha il coraggio di lanciare il giornale in un’inchiesta pericolosa, potenzialmente suicida, fuori dall’ordinario piccolo cabotaggio del giornalismo, dal quieto vivere in cui non si dà noia a nessuno.

E’ una bella sceneggiatura perché gli ambienti sono così credibili: i ristoranti dove si parla sottovoce, le partite dove si può parlare indisturbati nel caos collettivo. Mi piace perché i personaggi hanno la stessa cautela, nel parlare, che avremmo noi, nella vita. E non sparano qualcosa forte e chiaro, diretto e banale, solo per fare capire meglio allo spettatore.

E’ un grande esempio di coraggio nella sceneggiatura perché questi giornalisti hanno paura. Paura di sbagliare. Di toccare i poteri che ti possono schiacciare, che ti possono fare fuori. Mi piace perché la vera ricompensa che cercano è che la gente parli di qualcosa rimasta nell’ombra e nel silenzio. Perché questo dovrebbe essere il giornalismo: risvegliare.

E’ una bella sceneggiatura perché ci sono le corse contro il tempo, i documenti da desecretare, i “Mi oppongo, vostro onore”, tutti i giocattoli del cinema di investigazione, ma funzionano tutti. E mi piace perché il film non ha paura di dirla grossa: di dire che gli stupri di bambini ad opera di sacerdoti della Chiesa cattolica non erano compiuti da una insignificante percentuale di “mele marce”. Dice che il 6 per cento dei preti cattolici degli Stati Uniti si sono resi colpevoli di reati che hanno portato ai loro repentini trasferimenti per “malattia”, per “riposo”, per “pause di riflessione”. Sublimi ipocrsie, eufemismi che mascheravano la realtà, nei registri ecclesiastici dei trasferimenti dei preti.

La storia poteva planare su terreni più tranquilli, parlare solo dei novanta preti incriminati a Boston. Invece ha urlato al mondo intero che quell’orrore, la violenza su esseri che non possono difendersi, era diventato sistema. Ed era diventato sistematico coprirlo, nasconderlo, cancellarlo.

Anche questo fa parte del coraggio nella sceneggiatura.

Andare fino in fondo. Dare fastidio a qualcuno. Passare un anno intero a fare ricerche tra documenti difficili da ottenere. Chiedersi se quella scena, quel dialogo scomodo, pesante, brutale vale proprio la pena inserirlo e poi non fermarsi al punto in cui nessuno protesta, andare avanti…


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