Contro La Struttura In Tre Atti Della Sceneggiatura

By | settembre 29, 2015

Struttura in tre attiUn blog sulla sceneggiatura non sarebbe completo senza affrontare la famosa struttura restaurativa in tre atti sulla quale si basano la maggior parte delle teorie di sceneggiatura e delle storie in genere:

ispirato alla Poetica di Aristotele, il paradigma in tre atti nasce dalla semplice osservazione che tutte le storie hanno un inizio, uno svolgimento e una fine.

Secondo i teorici di tale struttura i tre atti corrispondono all’esperienza emotiva del pubblico. In principio, il pubblico inizia a sentirsi emotivamente coinvolto verso i protagonisti e i personaggi della storia. In seguito, il coinvolgimento emotivo è accentuato dalla crescente tensione della vicenda e dall’attesa per il finale ignoto. Fino a giungere allo scioglimento della tensione nella soddisfazione del finale che sistema tutte le questioni aperte durante la storia, risponde a tutte le domande e chiude l’arco narrativo.

Uno dei cavalli di battaglia a favore della struttura emotiva della struttura in tre atti è che rispecchia le fasi della risposta sessuale umana: eccitazione, svolgimento dell’atto e risoluzione.

Non scenderò in ulteriori dettagli sulla struttura in tre atti della sceneggiatura perché la trovi spiegata benissimo e nei minimi dettagli (punti di svolta, climax, etc etc) in Ciak, Si Scrive, in qualunque altro libro di sceneggiatura o su internet in una marea di link, ad iniziare da questo.

Io ritengo (e insegno) che un eccessivo affidamento alla struttura in tre atti della sceneggiatura porti a trame poco interessanti, deboli e a una caratterizzazione dei personaggi molto noiosa.

 

Quello che contraddistingue una Sceneggiatura Perfetta non è la struttura ma la costruzione della storia.

“Una buona storia ben raccontata” è costruita obbligatoriamente attorno questi 5 elementi.

  1. La storia parla di qualcuno con cui abbiamo empatia.
  2. Questo qualcuno vuole Assolutamente qualcosa.
  3. Questo qualcosa è molto difficile da fare, ottenere o raggiungere, ma è possibile farlo.
  4. La storia è raccontata in maniera da ottenere il massimo impatto emotivo e la maggior partecipazione del pubblico possibile.
  5. La storia termina in modo soddisfacente (anche se non necessariamente bene)

Quindi, semplificando:

Una storia deve parlare di qualcuno che vuole qualcosa disperatamente ma incontra molti problemi a farlo.

Scomponiamo questa affermazione per capirla meglio:
Una storia deve…

Parlare di qualcuno…

  • Di chi è questa storia??
  • Attraverso quali occhi, o meglio, attraverso le emozioni di chi noi vediamo questa storia?
  • Chi è che spinge avanti la storia?
  • Chi fa le cose che la fanno procedere?

Ecco la prima domanda IMPORTANTISSIMA alla quale bisogna rispondere. Spesso la risposta non è soltanto una. E’ normale.

…che vuole qualcosa..

  • Cosa vuole il protagonista?
  • Quale è il desiderio primario che lo obbliga a mettersi in azione?

Sapere se alla fine lo otterrà o no è il motivo per il quale esiste la storia.

…disperatamente…

  • Perché è così importante?
  • Cosa succede se il protagonista fallisce e non ottiene ciò che vuole?

E’ questo che stabilisce la posta in gioco della storia.

…ma incontra molti problemi a farlo.

  • Quali sono gli ostacoli?
  • Chi è il nemico, e quali armi usa per cercare di impedire al protagonista di raggiungere ciò che vuole?

Il nemico può anche essere astratto, come il tempo, la sua pigrizia, i pregiudizi della gente o inanimato come una montagna, lo spazio o la città di Los Angeles.

Una volta trovate delle buone risposte a TUTTE queste basilari (ma difficili) domande, secondo il mio personale metodo, ogni storia può avere la struttura di una fiaba che si può ottenere completando queste frasi:

C’era una volta____________
E ogni giorno_____________
Finché un giorno___________
E a causa di questo__________
E a causa di questo__________
E a causa di questo___________
Fino a quando finalmente______
E da quel giorno____________

Questa struttura da favola ti sembra un pò troppo stupida, banale e semplicistica per la tua complessissima e profonda storia?

Sbagli. Non lo è.

Anche una storia epica e articolata di quattro ore come Il Padrino può essere raccontata usando il mio metodo.

1. C’era una volta un Padrino che gestiva gli affari della sua famiglia.
2. E ogni giorno il Padrino faceva favori a qualcuno e riceveva in cambio altri favori.
3. Finchè un giorno, il Padrino rifiuta di fare un favore, e il suo rivale cerca di ucciderlo.
4. E a causa di questo suo figlio Sonny lo sostituisce come capo della Famiglia: Sonny scatena una guerra con il rivale e manda Michael a ucciderlo.
5. E a causa di questo Michael va in esilio e Sonny viene ucciso.
6. E a causa di questo il Padrino chiede la pace e fa terminare la guerra.
7. E a causa di questo Michael torna e prende il posto del padre, ma la famiglia ha perso potere ed è indebolita a causa della malattia del Padrino e della sua probabile prossima morte.
8. Fino a quando finalmente i boss delle famiglie rivali si rivoltano contro Michael, e Michael li fa uccidere uno ad uno.
9. E da quel giorno Michael è il nuovo Padrino.

Quello che bisogna evitare quando si pensa una storia sono tanti eventi scollegati tra loro.

E quindi succede questo, che fa succedere questo, che poi fa succedere questo.” Pensare a una storia come a una favola forza lo sceneggiatore a immaginare la struttura come una catena di causa/effetto guidata dalle decisioni e dalle azioni del protagonista.

Quella che rende perfetta una sceneggiatura non è l’ uso perfetto della struttura in tre atti ma l’ uso perfetto della tensione.

I bravi sceneggiatori impegnano costantemente le emozioni del pubblico orientando la loro attenzione al futuro. All’inizio della storia stuzzicano la curiosità del pubblico, mostrando loro personaggi intriganti e situazioni che vogliono continuare a esplorare. Al centro della storia, si assicurano la totale attenzione del pubblico facendo leva sulle loro speranze e paure: il pubblico spera che le cose vadano a finire bene per i personaggi ai quali si è affezionato, ma ha paura che invece vadano a finire molto molto male. E’ nell’abilità di saper dosare questi due fattori la vera ricetta di una sceneggiatura perfetta che inchioda il pubblico alla sedia, per nulla intenzionato ad andarsene (o a cambiare canale) fino alla fine.

Fino dalle fasi iniziali di ideazione di una storia, uno sceneggiatore dovrebbe avere ben chiaro in mente perché uno spettatore dovrebbe tifare e soffrire, gioire, preoccuparsi e empatizzare coi suoi personaggi.

  • In che modo la storia presenta gli ostacoli, i rischi e le scelte del personaggio per fare in modo che il pubblico abbia voglia di sapere cosa accade dopo?
  • In che modo la storia spinge il pubblico a immaginare pessime conseguenze per il personaggio, e a sperare che invece alla fine sia lui a vincere e a vivere felice e contento con la principessa?

Ti assicuro che ogni volta che leggo una cattiva sceneggiatura, ma anche quando parlo di sceneggiatura con altri sceneggiatori, produttori, giurati di qualche concorso di sceneggiatura o semplici amanti del cinema, le due motivazioni che vengono sempre fuori riguardo le sceneggiature che non funzionano sono che a nessuno importa nulla del protagonista (mancanza di empatia, quindi) e che la storia manca di tensione.

Sono queste le cose da tenere a mente e delle quali occuparsi PRIMA di iniziare a ipotizzare una sceneggiatura, non farsi venire l’ansia per far rientrare tutto nella struttura in tre atti.

Anzi, nella fase di costruzione di una storia meno si pensa struttura meglio è.

Anche perché la struttura è qualcosa che emerge dal processo di immaginazione, racconto, scrittura e revisione di una storia più e più volte.

la verità è questa: il massimo che tutti i manuali e gli insegnanti di sceneggiatura di questo pianeta possono darti è una mappa. Ma la mappa, come è noto, non è il territorio.

Una sceneggiatura non è qualcosa che un ingegnere può mettere insieme rispettando certe regole, principi o parametri standard. Una storia è una città sepolta che tu, come un archeologo, scopri dopo aver tanto scavato nel deserto.

Una buona mappa può darti una vaga idea di dove potrebbero essere sepolte le rovine ma non puoi sapere che tipo di città troverai finché non inizi a scavare. E via via che rimuovi la sabbia inizi a immaginare la struttura della città, ma sai bene che probabilmente alla fine quello che ti troverai davvero davanti sarà molto diverso da quello che ti eri immaginato. Quello che a te sembrava il tetto di un edificio potrebbe essere invece un altare sacrificale alto quattro metri, quella che sembrava l’entrata della città potrebbe essere soltanto una semplice porta di un tempio…

La costruzione di una storia ha molto più a che fare con la scoperta che con la creazione.

Viaggio Dell'EroeQuindi, senza una corretta costruzione della storia seguendo il modello causa/effetto sopra spiegato, anche il tanto osannato viaggio dell’eroe, portato a esempio dai maggiori guru della sceneggiatura come il mistico modello di tutte le storie possibili del mondo non può darti che una vaga, fumosa, banale e astratta idea del tipo di storia che hai intenzione di scrivere.

Una analisi più precisa dei miti ai quale il Viaggio Dell’eroe si riferisce la faccio QUI.


 

Nota: Ci sono noti filmaker e registi che rifiutano categoricamente la struttura classica in tre atti delle sceneggiature.

• David Lynch, che spesso usa una logica circolare invece che lineare nelle sue storie, come Strade Perdute o Mulholland Dr. Puoi approfondire la sua idea sul cinema e la creatività nel libro, Catching The Big Fish.

• Andrey Tarkovsky, che si approccia alla sceneggiature in modo poetico e per nulla tradizionale. Puoi leggere le sue teorie in Sculpting in Time.

• Raul Ruiz, che in film come Le Tre Corone Del Marinaio, sfida la regola che ogni sceneggiatura debba mettere il conflitto al centro della storia. Ne ha scritto in, Poetics of Cinema.

Ho creato questo blog per entrare in contatto con persone intelligenti, ambiziose e creative. Se lasci un commento, mi incoraggi a scrivere sempre di più. Se questo articolo ti è piaciuto, per favore condividilo.

4 thoughts on “Contro La Struttura In Tre Atti Della Sceneggiatura

  1. Domenico

    Mantenere la giusta dose di tensione lungo tutto il film credo sia un lavoro arduo per chiunque. I tuoi consigli, appena letti, chiariscono e, sinceramente, danno speranza ai giovani sceneggiatori che probabilmente disorientati dalle mille e una teorie non riescono a capire come si debba realmente scrivere una sceneggiatura. La metodologia che consigli penso sia quella più idonea a me (mio giudizio personale dopo un mio esame di coscienza 😀 ) e sono sempre più convinto e soddisfatto della scelta di seguirti.

    Credo inoltre che, ovviamente, bisogna avere una base conoscitiva e teorica penso in modo da rendere la scelta (non definitiva) di come approcciarsi alla scrittura di un film più vasta e democratica.

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    1. Giovanni Bogani Post author

      Molto bene, Domenico 🙂

      Una ottima base conoscitiva teorica è fondamentale per mantenere l’elasticità e la libertà mentale necessaria ad adattare qualunque struttura alla propria storia. Prossimamente entrerò più nel dettaglio del – Viaggio Dell’Eroe – spiegandone meglio le debolezze e la poca versatilità.

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  2. giovanni

    Ciao, ho trovato quest’articolo per caso e devo dire che mi ha colpito molto. Io l’ho trovo veramente ben fatto ed originale…pieno di spunti su cui lavorare, anche per scrivere racconti o romanzi…
    Inoltre devo farti i complimenti per aver “attaccato” anche il percorso dell’eroe…sono stufo di vedere questa balla circolante soprattutto nel settore storytelling aziendale che tutte le storie (sia romanzi che film) siano costruite seguendo questo percorso, quando non è affatto vero…e ci sono decine di esempi fra letteratura e cinema .
    Poi, tra l’altro, anche dal punto di vita antropologico il lavoro di Campbell è stato criticato…

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    1. Giovanni Bogani Post author

      Esatto, Giovanni.
      La struttura in tre atti è un buon modello da cui partire quando inizi a scrivere,
      ma poi è anche necessario liberarsene 🙂

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