Il Monomito di Vogler e La Caotica Stranezza Della Vita.

By | ottobre 3, 2015

MonomitoSe sei uno sceneggiatore, o stai studiando sceneggiatura, sai già tutto sul Viaggio dell’Eroe, detto anche Monomito.

Ogni scrittore, agente, produttore esecutivo al mondo sa tutto di Joseph Campbell e del suo eroe dai mille volti”, reso popolare da Christopher Vogler.

Se hai mai fatto l’esercizio di analizzare i vari blocchi nei film classici, di sicuro hai riconosciuto “il rifiuto del richiamo”, “l’incontro col mentore” e “la morte simbolica e la rinascita” in Star Wars. Forse hai pure identificato i mafiosi del Il Padrino come “Mentori”, “Imbroglioni” e “Aiuti Sovranaturali”. E’ facilissimo.

Possiamo riconoscere facilmente le impronte del “monomito” in film totalmente diversi come “Il Nome Della Rosa”, “Via Col Vento” e “Iron Man 3”

Ma… hai mai letto sul serio qualcosa su un vero mito?

 

I miti sono folli. Totalmente folli. Così folli che tutte le volte mi chiedo se il monomito, così come viene interpretato dai super guru della sceneggiatura, tenga davvero conto della stranezze,  e dei particolari inquietanti dei miti su cui si basa.

Per esempio, prendiamo Gilgamesh. Inciso su tavole di argilla sumere circa 4000 anni fa, forse è la prima storia su un mito in assoluto, e la madre di tutti i viaggi che rappresentano la mitica impresa di un eroe.

Intanto non contiene nessuna delle classificazioni chiare, perfette, e specifiche che si trovano nei libri di sceneggiatura, anzi, quanto più cerchiamo di adattare Gilgamesh al modello presentato dall’archetipo viaggio dell’eroe, e tanto più la storia sembra bizzarra, assurda e surreale.

La storia è questa: Gilgamesh, un re, è il nostro eroe, ma è anche un tiranno, uno stupratore, un egocentrico e un codardo. Il suo omologo, lo yin del suo yang, non è una principessa o una dea, ma un uomo peloso e selvaggio di nome Enkidu. Il personaggio femminile principale di questa storia è una alta sacerdotessa, ma anche una prostituta, che cerca di civilizzare Enkidu facendo sesso con lui per sei giorni di fila. Poi lo consegna al re Gilgamesh, che prima lo attacca brutalmente e poi “lo prende in braccio e lo accarezza come un uomo accarezza la moglie.

A Enkidu, il peloso.

Successivamente, i due nuovi amici per la pelle decidono di uccidere un terribile mostro, Humbaba (Non c’è alcuna ragione impellente per ucciderlo ma questo è ciò che gli eroi fanno, dopotutto. Uccidono mostri e ne ricevono gloria), ma appena se lo trovano davanti, i due eroi scoppiano a piangere dalla paura.

Piangono alla vista di Humbaba, falliscono miseramente la battaglia che avrebbe dovuto riempirli di gloria e vengono salvati in extremis da un Dio corso in loro aiuto.
Il mostro Humbaba alla fine si rivela semplicemente il guardiano delle foresta sacra, non questo grande mostro sanguinario che Gilgamesh aveva raccontato a Enkidu, e supplica i due eroi di non ucciderlo.
Ma loro lo uccidono comunque, e poi si divertono a distruggere i vecchi alberi sacri della foresta.

Tutto questo, naturalmente, fa molto arrabbiare gli dei, che reagiscono uccidendo Enkidu.

Gilgamesh, si dispera per la morte dell’amico ma soprattutto inizia a temere la propria morte. Quindi, egoista e codardo di fronte alla morte, Gilgamesh, intraprende un lungo viaggio alla ricerca dell’unico sopravvissuto al diluvio universale al quale gli Dei hanno svelato il segreto della vita eterna. E questo è il suo viaggio.

Tuttavia, quando Gilgamesh finalmente, dopo dopo aver superato la montagna protetta dagli uomini-scorpione e aver attraversato il Mare della Morte, lo trova, tutto quello che il saggio mentore può dirgli è che la sua impresa è stata inutile e che non può aiutarlo a diventare immortale. Fine.

Chiaramente i sumeri non hanno lasciato scritto cosa volevano dire con questa storia, la spiegazione che i maggiori storici si danno è che “aver attaccato e ucciso un essere che non era un pericolo per nessuno, ha gettato su Gilgamesh una sciagura tale da poter essere superata solo da una ricerca angosciosa, che si traduce in sapienza, una volta dimostrata la propria follia.

Per noi è solo una storia senza un lato luminoso e un lato oscuro della forza.
Nessuno schieramento ne dalla parte dell’eroe ne del mostro.

Non è il genere di soggetto che sarebbe potuto diventare una sceneggiatura perfetta per la Disney, eh?

E questo è solo un esempio. E non è perché si tratta di una storia talmente antica impossibile da analizzare secondo i modelli moderni.

Se hai voglia di metterti a leggere le storie originali di alcuni dei miti più conosciuti ti accorgi immediatamente che sono tutti più o meno così.

Lo sapevi che la Bella Addormentata non viene svegliata con un bacio? Viene violentata nel sonno e messa incinta dal bel Principe Azzurro e poi risvegliata dopo un anno solo perché deve occuparsi dei figli che nel frattempo sono nati.

E’ che la storia delle 12 fatiche di Ercole, il più eroe tra gli eroi, inizia con lui che uccide la moglie e tutti i figli?

E che Biancaneve che non viene svegliata dal principe ma da un suo servitore che trasportando la bara con Biancaneve addormentata inciampa in una radice e facendo cadere la bara giù da una collina fa uscire il pezzo di mela avvelenata dalla gola della bella fanciulla dalle guance rosse…?

La maggior parte delle storie che conosciamo, nella loro versione originale, sono folli. Tutti i miti sono bizzarri.

E, certo che le storie di tutti questi eroi riflettono, almeno in parte, le caratteristiche che sono indicate nel Monomito, ma è proprio il modo in cui questi racconti divergono dalla norma che li rende memorabili.

E’ questo che li ha fatti arrivare fino a noi attraverso un mondo dove tramandare le storie era difficilissimo, non esistendo televisione, cinema, etc.

Considera poi questo: E’ vero che praticamente in tutti i film classici di maggior successo si possono riconoscere vari elementi del monomito, ma la stessa cosa la si può dire di molti dei film più idioti.

Ormai le storie – grandi, mediocri, e terribili – seguono gli stessi modelli.

Il monomito non è una ricetta per il successo; si tratta di una descrizione degli elementi (o blocchi) costitutivi collettivi di qualsiasi storia – compresi quelli per Alex L’Ariete, Catwoman, e 50 Sfumature Di Grigio… o per quella opera sacrilega che è La Minaccia Fantasma.

Il monomito è una sorta di percorso simbolico e spirituale, non il “Segreto Magico dei Dodici Passi Per La Storia Perfetta” di qualche stregone dello storytelling.

Forse, invece di cercare il segreto della sceneggiatura perfetta in qualche magica struttura che porti ordine e forza in qualunque storia, noi sceneggiatori dovremmo arrenderci all’inutilità della ricerca, come Gilgamesh, e abbracciare le caotiche stranezze della vita, cercando con tutte le nostre forze di trasformarle in storie interessanti, inaspettate e avvincenti.

Quindi, fai grande attenzione prima di buttare via tempo e fatica per stare dietro a mitologiche “linee guida passo-passo per la trama e lo sviluppo del personaggio” (Vogler, così definisce il monomito).

Sìì meno ossessionato di adeguare a forza la tua storia in una qualunque struttura, e più interessato a trovare e raccontare quelle esperienze umane eccessive e imperscrutabili che non possono essere contenute facilmente in nessun modello.

Quello che contraddistingue una sceneggiatura perfetta non è la struttura ma la costruzione della storia (Dell’inutilità della struttura del Viaggio Dell’Eroe senza una corretta costruzione della storia ne ho parlato anche QUI)

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