La Verita’ nella sceneggiatura

By | settembre 13, 2015

Stamattina ho visto “Everest”, il film che inaugura la Mostra del cinema di Venezia.
Non te ne parlerò da critico cinematografico, ma da sceneggiatore.

Mi interessa usarlo come esempio per farti capire una cosa importante sul concetto di Verita’ nella sceneggiatura.

Ti ho già detto che la realtà offre immensi spunti sulle storie da raccontare, e che già limitandosi a raccontare ciò che accade, o che è accaduto nel mondo intorno, senza perdere tempo a cercare “La Grande Idea”, si hanno ottime possibilità di scrivere grandi sceneggiature.

Ma quanto è importante, ai fini della sceneggiatura, restare fedeli ai fatti?

Adesso ti dico:

Il film racconta la vicenda di una spedizione di un gruppo di uomini – tra loro, una donna – che vuole salire sulla cima dell’Everest. Da una parte un gruppo di persone, giacche a vento, occhiali da sole, barbe, telefoni satellitari, scarponi, rampini, scale di acciaio. Dall’altra crepacci sull’abisso, cime impossibili, freddo, tempeste improvvise e violentissime, mancanza di ossigeno, freddo, paura, sofferenza.

Una battaglia tra l’uomo e il suo limite, il massimo a cui può arrivare. Un’asticella messa a 8.848 metri.

 

Alla conferenza stampa il regista islandese, dal nome complicato, ripeteva: “Tutto nasce da una storia vera”, “abbiamo voluto rispettare la verità”, “volevamo che le persone reali coinvolte in questa avventura si sentissero rispettate”.
E ancora: “Abbiamo usato pochi effetti, abbiamo girato quanto possibile nelle vere montagne. Il freddo sulla faccia degli attori è vero”.

Ora, il fatto è che un film è un film.

Se la storia è vera o è inventata, in fondo a me non interessa.

Mi interessa che la storia che vedo sia appassionante, drammatica. Che sia “vera” solo nel senso che dice qualcosa sulla verità profonda degli esseri umani. Sulla mia, sulla tua, su quella di tutti. Questa è l’unico tipo di verita’ nella sceneggiatura che conta.

Mi importa  che gli eventi siano disposti in modo da tenermi avvinto. Che ci siano colpi di scena che io, spettatore, non prevedo.

Che ci sia una tempesta in cima all’Everest, anche se all’inizio della scalata splende il sole, io – da spettatore – lo prevedo, perché è così che funziona il cinema. Prima c’è il sole, e poi succede qualche forma di tempesta. L’ostacolo.

Sennò sarebbe un documentario.

Che qualcuno possa cadere, che qualcuno possa avere problemi con la respirazione, sono colpi di scena che in qualche modo prevedo.

E se al campo base arriva la notizia che c’è qualcuno lassù che lotta tra la vita e la morte, quello che non vorrei è la faccia contrita della donna che riceve la comunicazione. Perché non mi sorprende, perché è già implicita nel fatto che qualcuno sia lassù. Vorrei una frase, una battuta anche stupida, con cui questa donna che ascolta al telefono cerca di sdrammatizzare.

E quando prima della salita sono tutti insieme, i futuri scalatori, i kamikaze della scalata più folle, i funamboli sul filo tra la vita e la morte, e qualcuno domanda “perché lo fate?”, vorrei che rispondessero delle cose importanti, su cui io possa riflettere, che mi diano le motivazioni profonde per cui una cosa apparentemente folle, insensata, suicida può avere un senso.

Ma, dice, “Va beh, però nella realtà magari non le hanno dette…”

E chi se ne frega!!!

Magari le hanno pensate. Magari c’era, in loro, un motivo forte, non può non esserci stato.
Altrimenti è la tragedia di un gruppo di uomini ridicoli, di un gruppo di superficiali.

E anche se lo fossero stati, avrei voluto vederlo, avrei voluto rendermene conto.

Invece no.

Le motivazioni per cui rischiano la vita – e per cui noi dobbiamo vedere la loro impresa ai limiti dell’impossibile – restano vaghe, deboli.

Ecco. In un film devo capire perché qualcuno fa qualcosa. Qual’è la sua chiamata all’avventura?
Un gruppo di uomini vuole arrivare in cima a una montagna. Poco interessante, a chi importa?

Luca, uno dei miei migliori amici, l’altra sera aveva il frigo vuoto e doveva assolutamente riuscire a fare la spesa prima che il supermercato chiudesse.

A te importa?

Non credo.

Guarda che lo dico davvero, eh. Aveva davvero il frigo vuoto e 15 minuti per raggiungere il supermercato a 2 km di distanza, è una storia vera.

Sei più interessato, adesso, a sentirti raccontare la storia della spesa di Luca, con lui che per la fretta inciampa sulle scale slogandosi un polpaccio?

No, di sicuro.

Ma se ti racconto che quella sera, in un impeto di coraggio e audacia, aveva buttato lì al telefono un invito a cena a una sua ex fidanzata storica, che contro ogni sua speranza aveva accettato, acquista più interesse la storia?

E se aggiungo che uno dei motivi per i quali lo aveva mollato è che si era stancata di stare con un uomo disorganizzato che dimenticava sempre di fare la spesa, e che quella era per Luca un’ occasione di dimostrarle (o almeno farle credere…) che era cambiato, e avrebbero potuto riprovare a stare insieme la sua corsa eroica e disperata al supermercato col polpaccio slogato acquista o no tutto un nuovo interesse?

E alla fine quello che davvero ti interessa sapere è che sia riportata la verita’ nella sceneggiatura o vuoi un motivo per tifare per lui (o per augurargli che arrivi troppo tardi al supermercato)?

E tu hai spiegato bene PERCHE’ i tuoi personaggi hanno deciso di fare proprio quello che stanno facendo?


 

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