Perche’ una sceneggiatura non funziona?

By | settembre 16, 2015

Perche’ una sceneggiatura non funziona? miliardi di motivi, naturalmente. Proviamo a vederne alcuni.

La mancanza di originalità ̧ per esempio. Io non voglio vedere cose che ho già visto, non voglio sentirmi raccontare una storia che già conosco. Voglio il piacere di sfiorare qualcosa che ancora non conosco. Voglio “vedere” dei colori del sentimento che non avevo mai visto. Voglio passeggiare in un giardino dove non ho passeggiato mai.

Tre film di questa stagione 2015 sono, ciascuno a suo modo, originali. Sono “Birdman” di Inarritu, “Boyhood” di Linklater e “Her” di Spike Jonze. Raccontare la battaglia di un attore che cerca riscatto in un teatrino off Broadway dopo la fama con i blockbuster, e che trova il rifugiarsi nel teatro d’autore molto più difficile del previsto. Un film concepito per essere girato lungo l’arco di dodici anni, con un bambino che diviene adolescente, e una storia di finzione che però è impastata di tempo “vero”. E l’intuizione di un mondo dove tutti, normalmente, parlano, discutono, si innamorano solo di chi sta dietro uno schermo.

L’originalità, dunque. Che è anche una questione di coraggio. Andare a ficcare il naso dove altri non hanno avuto il coraggio di farlo. Ribaltare i luoghi comuni. Non usare le frasi fatte.

Nel film “Fino a qui tutto bene” di Roan Johnson, un gruppo di ragazzi, universitari fuori corso, va sul luogo dove uno di loro è morto, l’auto caduta giù da una scarpata. Lo amavano tutti, se ne stanno lì con le facce piene di niente. Poi, mentre tornano in macchina, cantano a squarciagola, con la voce allegra, una canzone: “Morirò d’incidente stradale” dei Gatti Mézzi. Beh. Ci vuole coraggio, per immaginare una scena così. Mille milioni di anni lontana dall’immaginare, in sceneggiatura, la solita tipa che piange nel sedile di dietro. Una sceneggiatura non funziona se la riempi di luoghi comuni.

Magari una sceneggiatura non funziona perché non ci frega nulla del protagonista che abbiamo creato.

Non soffriamo con lui, non godiamo con lui. Se non si stabilisce presto un legame, un’empatia, una identificazione con il personaggio, niente nel film funziona. Perché lo guardiamo da fuori, ma non ci brucia addosso, nella carne e nel sangue.

 

Perché un film funzioni, bisogna che dentro quel personaggio ci sia una parte di noi. E non importa se è un americano con l’impermeabile vissuto negli anni ’40, e si chiama Humphrey Bogart, o se è una formica disegnata in computer graphic, o un panda grasso e maldestro. Noi ci sentiremo come lui, perché le difficoltà a cui quei personaggi sono sottoposti le conosciamo. Sono le nostre.

Io non mi identificherò con l’italiano di mezza età che fa la vacanza in un posto esotico per tradire la moglie, come in decine di cinepanettoni. O magari qualcuno potrà farlo. Io no. ma potrò identificarmi con un ragazzo che lascia tutto, la famiglia, le comodità, i soldi, per vivere in un pullman abbandonato, mangiando radici e cacciando. Con il sogno di andare in Alaska, a cercare la vita nella sua verità più nuda.

Bisogna che io sceneggiatore crei un personaggio che patisce ferite che le persone conoscono; che ha ideali che le persone hanno. E se il mio personaggio è un figo della Madonna, e quasi invincibile come James Bond? Gli darò nemici potentissimi, e situazioni al limite dell’impossibile. Sapendo che ognuno di noi si vede più o meno così – 007 contro una banda di pericolosissimi criminali – ogni volta che deve risolvere un problema di lavoro, una bega in ufficio, o spiegare una telefonata “strana” alla fidanzata. Viviamo la nostra vita come se fosse quella di James Bond, la nostra Panda come se fosse una Aston Martin, il nostro bicchiere di Tavernello come fosse un Dom Perignon del ’63.

Quindi la soluzione è: scrivi una sceneggiatura con un personaggio in cui il pubblico si possa identificare. Che abbia la tua stessa ansia di conoscere, il tuo stesso desiderio di amore, le tue stesse paure. Che debba confrontarsi con perdite, dolori, ferite. Proprio come accade nella vita a ognuno di noi. Poi, non importa se è un agente segreto, un Ronin, un ragazzo che va in kayak tra le rapide, un Panda, o Pretty Woman, o Erin Brockovich.

Quello che conta è che, come noi, abbia a che fare con il destino, con scelte dolorose, con la paura, con il fallimento, con la gioia improvvisa. Ma molto forte.

Ovviamente una sceneggiatura non funziona per altri tremila motivi, ma quasi tutti hanno a che fare con la coerenza, l’identificazione e l’originalità.


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One thought on “Perche’ una sceneggiatura non funziona?

  1. Michele Camassa

    Ho acquistato altri libri sulla “sceneggiatura”, ma l’e-book di Bogani è un manuale veramente per tutti, dai principianti in su, ricco di utili consigli, di regole, di paradigmi… Insomma, Bogani mi ha fatto penare, mi ha costretto a scrivere da capo il mio ultimo soggetto, mi ha fatto rivoluzionare l’ultima sceneggiatura ma mi ha regalato la speranza di veder realizzare un bel film. Il mio film.

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